Napoli/India

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Dalla conferenza organizzata dalla Fondazione Giambattista Vico, tenutasi a Napoli Venerdì 16 Marzo 2012,
“La democrazia della società complessa – L’India degli anni 2000 fra multiculturalismo, sviluppo e ambiente
riporto alcune parole dell’intervento di Aldo Masullo:
Il problema è quello della struttura costituzionale dell’India.
“Modernità” del tema dell’India, e perchè non “post-modernità”;
Non dimentichiamo che a Napoli poco prima di Giambattista Vico vi è stato un filosofo che ha rivoluzionato la civiltà umana: Giordano Bruno (…)
La modernità ha inizio nel momento in cui si pone la questione del principio della sovranità. Fino all’epoca del Cinquecento non c’era persona che dubitasse del fatto che l’ordine umano derivasse dal potere superiore, basandosi così su una visione gerarchica del potere, ma G. Bruno rivendica il principio che il potere di governare gli uomini derivi dal basso; nasce il principio di “anarchia, cioè non esiste sovrano al di sopra della “mia” soggettività.
La democrazia consisterebbe nel costruire dal basso un ordine sociale,e in India, tale questione è scandalosa, nel senso greco del termine.
La democrazia è come una piccola città in cui tutti si conoscono, tutti possono partecipare al potere;bene, in India ci sono un miliardo e seicento milioni di persone, come può venire fuori una sovranità che non offende nessuno? Non ordine di sopraffazione, ma di libertà.
Un giornalista italiano, qualche tempo fa, scriveva sul Corriere della Sera che la democrazia non può essere disgiunta dallo “stato nazionale”, ovvero lo stato il cui territorio e la cui popolazione corrispondono ad una tradizione d’unità storica e culturale. Come si può immaginare un’ unità in India? E’ una realtà socialmente complessa.
L’India rientra nell’ambito delle “Democrazie altre” (…)
Se è possibile immaginare tante democrazie qual’è la condizione inscindibile che ci permette di poter parlare di “Democrazia”?
Occorre salvare la democrazia, poiché non ha mai la sicurezza di conservarsi.
Due cose hanno fatto dell’India una grande democrazia:
la saggezza, che ha permesso di costruire una costituzione salda, e l’orgoglio della distruzione come mezzo di creazione della modernità.

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Anteprima della mia tesina
  • Argomento: Il ruolo della donna inglese nell’india coloniale- Doveri,ambizioni e trasgressioni
  • Ambito: Storia dell’India
  • Anno:2011/2012

Dall’inizio della decadenza della dinastia Moghul, in India, tra la fine del 1757 e la prima metà dell’Ottocento iniziò l’era della dominazione britannica.

Quando già nel VII secolo i funzionari dell’East India Company fondavano il Raj britannico, non c’era molto spazio per le loro mogli inglesi. Le esotiche terre lontane del subcontinente indiano rappresentavano un serio pericolo per le “Englishwomen” abituate a tutt’altro clima territoriale e sociale. Le buon’educate donne inglesi erano estranee ai rozzi usi e costumi di una società indigena come quella indiana, e il tormento della stagione delle piogge e dei monsoni poteva esser loro mortale.

Tuttavia, nel XIX secolo, si assiste all’arrivo delle “wight-englishwomen” nell’impero tropicale. Il problema delle torpide stagioni indiane si risolse con l’apertura delle “Hill Stations”, stazioni di collina, dove le donne europee potevano fuggire dal clima insopportabile; queste stazioni rappresentano i monumenti più curiosi della permanenza inglese nella storia dell’india coloniale e post-coloniale. Inizialmente, le stazioni di collina erano ricoveri per gli europei invalidi, e costituivano un rifugio dalle malattie causate dal clima orientale; presto, però, assunsero un altro valore fondamentale: il governo britannico espatriava qui l’élite inglese, soprattutto femminile,che si sentiva alienata culturalmente e psicologicamente. Le Hill Stations non erano ne una variante della tradizionale città asiatica, ne della moderna metropoli coloniale; esse erano un’unica entità urbana, replica di particolari caratteristiche dell’ambiente naturale e sociale della Gran Bretagna, conferendo all’impero un’identità distintiva.

All’inizio della fredda stagione si videro arrivare nel subcontinente indiano le sgarbatamente note “Fishing Fleet”, flotte da pesca, su cui si trovavano, oltre alle mogli inglesi che raggiungevano i loro mariti funzionari,quelle figlie e quelle nipoti della burocrazia inglese ancora non sposate. Le probabilità del loro successo erano quelle di trovare marito nei confini dell’impero britannico, dove gli uomini erano di netta inferiorità numerica. L’approdo delle “Englishwomen” in India iniziò, quindi, per avviare una politica matrimoniale che preservasse l’integrità dell’imperialismo britannico.

La donna inglese non sposata nel contesto coloniale incarnava la figura di un’allieva di buone maniere, destinata all’educazione e alla realizzazione di una “mem-sahib”; era un vero e proprio addomesticamento della donna bianca in un contesto di disordine. Analizzando il termine mem-sahib, il dizionario di Oxford traduce:

“a married woman or upper-class woman”, “term often used as a respectful form of adress by non-white servant to european woman”.

L’orgine del termine proviene da “mem”, che rappresente la pronuncia indiana di “ma’am, e sahib, un termine arabo che designa il/la padrone/a.

La presenza delle mem-sahib in India era di non poco aiuto ai loro mariti e all’intero Raj britannico. Lo scopo era quello di fornire una società autosufficiente per i “white-man” che dovevano mantenere degli standard civili e morali, soprattutto sessuale: la donna euroasiatica era percepita come una minaccia per l’identità imperiale, la sessualità femminile indigena era un pericolo, l'”interrazziale” era la conseguenza

amara degli effetti della donna indigena. La distanza sociale tra i governatori e i governati era una vera e propria politica e la “mem-sahib” era lo strumento che teneva in vita tale politica. Gli uomini definivano le leggi e i ruoli delle memsahib. La moglie ideale era retaggio della “angel-in-the-home” dell’epoca vittoriana, una sposa graziosa e ospitale, piena di senso morale, talvolta segretaria-burocrata occasionale. Ella doveva provvedere alla salute fisiologica del marito, rappresentando gli standard casalinghi inglesi e riducendo le tensioni nella comunità europea. Il ruolo della memsahib è dipinto anche come la moglie importante dell’alto funzionario inglese dedita all’organizzazione di eventi e riunioni sociali tra coetanei, istituendo così una sorta di “politica domestica”, molto cara ai britannici.

Rosemary Marangoly George, autrice del libro “The Politics of Home” puntualizza sulla centralità della “casa” nell’immaginario quotidiano degli inglesi presenti su un suolo estraneo. Ella scrive:

“Novel after novel suggests that it is the daily construction of the home country as the
location of the colonizer’s racial and moral identity and as the legitimization of the
colonizer’s national subjecthood that made possible the carrying out of the work of
Empire”

(1993–1994: 107)

La memsahib era quella che aveva le redini di tale controllo dello “spazio”, di questa “politica imperiale della domesticità”. La loro vita era una vita limitata entro gli spazi della comunità europea, negli bungalow, nei giardino, nei club che diventano simboli della sovranità inglesi, luogo di cultura britannica in un ambiente culturale straniero.

Le donne bianche mantenevano contatti principalmente con i britannici della zona in cui risiedevano. Il loro unico contatto con i nativi era rappresentato dalle classi lavorative, dai servi e, occasionalmente, dalla classe dirigente leggermente superiore negli incontri formali. Questa separazione spaziale era l’equivalente della separazione sociale tra le due razze. La presa di distanza fisica era centrale per la conservazione della “classe dirigente”inglese, come ha notato Thomas Metcalf, storico del Sud asiatico, soprattutto dell’India coloniale e dell’imperialismo britannico. Presto, infatti, la minaccia dell’integrità del Raj britannico in termini sessuali, non era rappresentata più dal soldato o burocrate inglese sedotto dalla sensualità della donna indigena, ma era incarnata dalla stessa memsahib che si fermava negli bazar indiani, nei mercati locali, dando inizio a quella “miscela” interrazziale con i nativi, che avrebbe portato non solo alla trasgressione di un “confine territoriale”, ma anche “sociale”. Alice Perrin, autrice del racconto “The Women in the Baazar”, ci offre la migliore visione di questa trasgressione che gli inglesi hanno cercato di prevenire e lottare duramente, l’erosione della femminilità pienamente inglese.

Fu per questa temibile insidia che ogni potenziale memsahib aveva un proprio consigliere, o accompagnatore, che la istruisse nelle norme di comportamento, assicurando l’economia “domestica” dell’impero britannico, impartendole le regole della gestione della casa in India, e sul fatto che una Memsahib dovesse stare lontana dal luogo della cucina, e non dovesse preoccuparsi del latte e delle pentole. Esse non dovevano prendere parte alle decisioni politiche dei mariti, alle costruzioni di ponti e strade, o al servizio nell’arma. La loro unica preoccupazione doveva essere la gestione della famiglia e la contribuzione al mantenimento dei progetti imperiali.

Vivendo in spazi fondamentalmente limitati, in un isolamento protettivo,e avendo pochi contatti con la società indiana, sono state spesso descritte come prepotenti signore, frivole, distanti e viziate, così come ce le dipinge lo scrittore di origini indiane Rudyard Kipling, nonostante i suoi incontri nelle stazioni di colline con le mature memshaib di cui rimase affascinato nel suo tardo periodo adolescenziale.

Tuttavia ci furono molte memsahib britanniche che fecero un passo avanti rispetto alla visione imperialistica del tempo. Alleggerite alle pressioni politiche e amministrative del controllo di una colonia dalle dimensioni di un paese come l’India, queste donne avevano più tempo libero, e iniziarono a spenderlo socializzando con le altre donne e con i nativi indiani dei mercanti locali, come citato sopra; molte di queste donne hanno comunicato le loro osservazioni in un corpus letterario spesso sottovalutato dagli studiosi storici.

Flora Annie Webster (1847-1929) è stata una scrittrice inglese; si sposò con Henry William Steel, membro del servizio civile indiano. Ella trascorse la maggior parte del tempo in Punjab, e durante i periodi di debolezza e di malattia del marito, cercò di prendere il suo posto, dedicandosi soprattutto all’educazione nelle scuole, soprattutto dell’educazione femminile. Scrisse svariati racconti popolari, basati sul suo interesse della vita delle donne indiane, imparò le lingue locali e esplorò la cultura rurale, incarnando la figura della memsahib in tutte le sue contraddizioni.

La figura della donna inglese nel subcontinente indiano non si limita solo alla memsahib, ma anche alle “missionarie” e alle “attiviste sociali e politche”.

Durante il 1820, infatti, i missionari maschi cominciarono a portare le loro mogli in India per dare l’esempio di vita di una famiglia cristiana e, solo secondariamente, per dedicarsi all’opera educativa, che riguardava soprattutto, come detto poc’anzi, l’istruzione femminile e pensando al loro benessere.

Dal 1860 la condizione delle donne indiane attrasse la preoccupazione delle donne inglesi attiviste sociali che erano diverse dalle missionarie. Mary Carpenter e Annette Ackroid Beveridge andarono in India rispettivamente nel 1866 e nel 1872 per fondare scuole secolari per ragazze indiane. Entrambe collaborarono inizialmente con uomini indiani del Brahma Samaj, una società Hindu riformista e razionalista situata a Calcutta.

La figura della donna inglese, o più in generale europea, in India non appartiene ad un solo gruppo omogeneo con i propri doveri, limiti e la propria comunità. Concludo dunque asserendo la contraddittorietà e gli sforzi ambivalenti di queste donne che variavano dal desiderio di autonomia professionale-presonale alla responsabilità della comprensione interculturale.

Annalisa Bocchetti

Rassegna cinematografica “Riflessi D’Asia”

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Conferenza Dottorale “Questioni di Identità in Asia” di cui farò parte dello Staff di organizzazione.

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