Dilli – e – Dil – e- man

Domani si sarà compiuto un mese da quando ho messo piede su suolo indiano. Mi tocca dirlo, non è tutto come immaginavo. E’ tutto – odori, suoni, volti, sapori, vite, emozioni – triplicato, meravigliosamente e dannatamente amplificato. Il mio primo impatto con Delhi è stato più o meno “Ok, è troppo per me. Torno a casa.” scandito da pianto – risata – pianto – risata – e periodi interminabili di riflessione. Perché? Ma come volete che possa rispondere, e quindi convertire il sentire, questo intricato sentire in parole che risulterebbero incomprensibili.

Credo di aver visto, sentito, provato molto poco.

L’esperienza prometeica indiana ha molte facce, alcune non le vedrai mai. Ma in ogni cosa che spunta fuori, che intravedi, che tocchi o mangi c’è dell’iperbolico.

Non voglio parlare di sistema sociale, delle contraddizioni, di vita e morte che giacciono sulla stessa strada della città. Questo tipo di analisi la lascio fare a chi di dovere. A me interessa dire che se portate un posto oltreoceano nel cuore, tutta la parte documentativa per cercare di capirlo costituirà soltanto l’un per cento della vostra relazione con esso. Niente e nessuno vi preparerà al vostro incontro.

Permettetemi di chiamarla felicità adulterata. Nella mia felicità c’è sa di lassi al mango, di polvere che dal naso entra diritto nei polmoni, di chicken biryani di Karim, di gulab jamun che gocciolano di sciroppo dolce e fritto, di multiculturalismo, di occhi neri e verde stagno, di infinite “kh” e “qaf” a suono pieno e duro che escono dalla bocca morbida del professore di urdu, dei volti curiosi, di meriggi torridi e monsoni torrenziali, di mendicanti senza denti e senza dio, di bambini delle baraccopoli, si fermano davanti ai risciò a chiederti rupie, di altri che vanno in uniforme stirata alla Montessori School vicino casa mia. Di acqua che non puoi bere, di capelli neri e lucidi che non puoi avere, di caldo che non puoi tollerare. Ma c’è troppo di cui mi voglio riempire e ancora non l’ho fatto. Non voglio tornare a casa con il cielo limpido nel ventre. Ho bisogno di quelle albe che non troverò mai lì, a casa. E di un ultimo tramonto che mi faccia sperare di ritornare qui, ancora.

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