La poesia è morta

Cavolo, dovevo finire il “lavoro” per sedermi giusto dieci minuti prima di andare a dormire e mandare giù dieci dodici righe di imprecazioni, parolacce e turpiloqui. Praticamente sono tre mesi che vivo di aria repressa e gelidi vaffanculo attaccati addosso.  Ma tutta la poesia dove l’ho nascosta? Mi ha lasciato un vuoto frenetico, sento una pesantezza sulle palpebre, mi sembra di avere pietre laminose senza senso. Vado a dormire su cuscini morbidi senza poesia e tutto ha poco senso, cammino per le strade senza poesia e niente ha senso. Che cazzo è la poesia?

Frena, frena. Sto diventando volgare oltremisura. Aspetta, questo è il mio blog? Ma perché censurarmi io stessa, me lo sono sempre chiesta. No, scusate. E’ un periodo di immense aspettative questo e mi piace la parola “aspettativa” quando è così carnosa e sanguinante. Puoi metterci un cerotto ogni volta che le fai male o che la trascuri. Puoi fargli siringhe, dargli due sali minerali, metterle una garza qua e là se necessario. Poi, poi mi voglio lamentare perché mi piace. Voglio farmi uscire un po’ di liquido verde di rabbia dagli occhi perché ne ho bisogno! Ma se vogliamo arrabbiarci, lo dobbiamo fare porca miseria. E’ un diritto. Non posso essere Sant’Anna addolorata, appassionata al genere umano, ma per carità. A me certe persone proprio non mi vanno a genio. Mi irritano di brutto, eh. (Aiuto, poesia, aiuto, poesia poesia per favore poesia) No, un bel pugno in faccia che cos’è se non l’espressione di un’emozione viva, che attinge al panta rei eracliteo? Bello, bello, bello! Verità! La mia verità! Che voi la accettiate o meno, ma chi se ne frega! Oh, il lavoro ti forma eh. Così, una sera ridi, ridi nel modo più sguaiato in cui potevi farlo e ti accorgi che ti sente tua madre, tuo nonno, tua sorella. Pensi che tanto il grosso lo hai già fatto, hai riso per tutto il piano degli uffici dei professori all’università e tu ormai lo hai fatto, non ci puoi fare niente. E ti piace continuare a ridere, nonostante ti metta in uno stato di estremo e caduco non-ritorno. E’ quasi caustica questa risata, mi bruciano gli occhi e i pensieri, ho desiderio di annientamento altrui e ancora voglio recuperare la dolcezza perduta. Ancora voglio capire la mia metamorfosi o magari non capirla affatto, per pensare che io non sono mai stata così. Ma cosa ci perdo? Voglio essere come sono, come sono diversa in ogni momento diverso, voglio essere puzzolente se mi va di puzzare, zitella se mi va di mettere radici nella solitudine, bugiarda se voglio tenere la verità per me, arrogante se non mi piacciono le cose degli altri, irosa se voglio sputare un urlo e fare una smorfia di sdegno senza trovarmi entro due ore piccole chiazze rosse sul collo e sulle braccia.

Ma qual’è il problema? La poesia?

 

E chi l’ha mai conosciuta.

Sono nata senza poesia,

la poesia è quel mondo dove tutti protendiamo senza mai arrivarci. Adesso ho mezzi sorrisi e tante smorfie, ho cento schiaffi e mezzo abbraccio, dieci no e due sì. Così poco, così denso. Ma non è poesia, è vita reale. E non puoi descriverla, perché quando la dipingi la rendi poetica anche nella sua crudeltà. Per favore, lasciatela così com’è. La poesia fa male, fa solo errori. Ci fa odiare qualche volta il mondo in cui viviamo, in cui siamo condannati a vivere, poi ci fa amare troppo la bellezza che ci offre e contemplare anche quel dolore insopportabile che talvolta ci rifila. Basta, non voglio più poesia. La poesia per me è morta

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