La distanza sei tu

Stasera me ne vado a letto

serbando nella memoria le immagini di Haiti, del terremoto, della terra violentata che l’operatore umanitario di Msf si porta dietro fino in Italia. Fino al Sud, a Napoli.  Con che forza avrei voluto urlare, quali guaiti grassi sarebbero usciti dal mio stomaco, dal mio cuore con tanta insistenza se non mi fossi trattenuta e tenuto nascosto tutto ciò.

Domani sposterò le tende,

guarderò fuori il quartiere di prima mattina

penserò ancora a questo?

Penserò alle stesse forme per cui ci odiamo e per cui ci amiamo, per cui partiamo e ci spingiamo dentro, ci buttiamo e guardiamo nelle soffitte di questi popoli, di questi umani, che sembrano ferirsi sì, ma ad anni luce da noi. Sono qui, dietro l’angolo del mondo. Sono un pezzo di noi che abbiamo dimenticato di conoscere, d’altronde, da quando conosciamo noi stessi?

Quegli occhi un po’ ondulati ci fanno paura, e il sorriso d’accoglienza ci denuda, è troppo, troppo per noi Dobbiamo scappare nelle giornate scontate e nei caffè dove possiamo incontrare la solita gente. Creeremo famiglie stabili e pagheremo il mutuo. Andremo a casa dei suoceri e pagheremo l’assicurazione sanitaria. Diventeremo vecchi, e moriremo, a modo nostro.

In queste ore ho abbandonato questa pasta di aspirazioni.  Io credo di non volere una famiglia stabile, la scorgo attorno al mondo, per il mare, per i sobborghi degli stati del sud. A che mi serve una famiglia quando già è lì fuori che aspetta? Bambini, figli. Ce ne sono così tanti, pesti, dolci, con gli occhi a mandorla, il naso a patata, fragili o già col fucile in mano. Devo andare, devo andare per loro. Oggi in Afghanistan, tra un anno in Pakistan, l’India e la Somalia. ‘Non ti tocco, ho paura, sei diverso da me, non può esserci dialogo tra noi’. Ma io ti tocco eccome, ti abbraccio, costruiamo insieme, cambiamo qualcosa insieme.

La distanza,

bhè quella, è una barriera mentale.

Il mondo dovrebbe facilitarci le cose, ma il solo termine ci crea infinite diseguaglianze.

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