Cronache marziane

Che poesia è

una metro che si ferma, black-out totale, puro panico, di sera, dopo una giornata di lavoro, di studio, di vita urbana e, l’unica cosa che desideri è “tornare a casa”?

Tutti si guardano, si cercano ansiosi. Due minuti prima, ognuno era solo, magari pensava alla pioggia, alla cena da preparare, alle pulizie di casa, ai compiti scolastici da fare, alle bugie da raccontare a tuo padre, alla sigaretta “che appena esci devi fumare”, allo shampoo, al film in prima serata da non perdere, al letto,semplicemente, al muro, al soffitto da guardare, ancora una volta, per pensare, attendere, decidere.

Ed ecco la situazione d’emergenza.

Tutto si ferma. Una voce all’altoparlante, in lontananza, …” Per un problema elettrico la metropolitana resterà ferma per qualche minuto.”

Arte.

Allora qualcuno inizia a tossire più forte, e l’altro accanto gli dice che è l’influenza, maledetto virus, anche lui tre giorni prima era stato male, chiuso in casa, proprio il medico gli disse che…

I ragazzini, un po’ teppistelli, iniziano a sghignazzare, a imitare fortuitamente gente d’alta borghesia, passando per il “mi consenta” berlusconanio, il gergo di gusto tamarroide, giungendo infine alla povera nonna affetta da sclerosi e per giunta sorda.

Una signora anzianotta inizia a imprecare e trova l’alleanza di un signore,tutto ingobbito, che insiste sull’inefficienza dei trasporti napoletani.

E pure tu, che ascoltavi in un silenzio solenne, costruito nel bel mezzo di rumori metropolitani e del vociferare urbano, una canzone turca totalmente nostalgica, ti giri ad ascoltare la disperazione di una ragazza, poco più grande di te, che fa notariato a Via Chiaia ed è totalmente stressata, ma non per questo poco dolce, perché deve prendere due metro più funicolare. E vuole tornare a casa, ora. Ma adesso sta parlando con te, e gli basti. Il bisogno del caldo familiare l’ha già dimenticato. Ora ci sei tu, perfetta estranea, che le stai dedicando la tua attenzione, e lei ne approfitta,ti succhia la comprensione, cerca gesti consolatori, un po’ di solidarietà gratis.

In pochi minuti si crea un caos loquatorio, una comunità improvvisata, sconosciuta. i minuti diventano un’ora e il ragazzo che hai di fronte, sciatto, faccia curiosa, ti chiede se sei sudamericana ,cubana, pakistana, sri-lankese, cinese, giapponese, coreana. E tu ogni volta devi raccontare la stessa storia. E poi con una pronuncia un po’ inglese, un po’ spagnola, un po’ italiana, un po’ scampiese dici che sei di Napoli, ma Napoli- Napoli. E poi ti chiede l’e-mail. E menomale. L’e-mail è niente rispetto al numero spiattellato a un perfetto sconosciuto trentatreenne,stamattina, un altro po’ tuo padre.E tuo padre è pure meno schizofrenico di lui.  Ti ha parlato di credenze, di fede e di sacramenti. Poi gli dici che è vecchio, e lui arrossisce (dice). Ma con chi te la fai, Annali? Ma staj bon’?

Okay, lo saluti, piacere si, come no. Speri di non incontrarlo mai più in questa vita, e vaffanculo, non gli risponderai mai al cellulare, anzi lo terrai spento come minimo 48 ore. Pensi che dovresti essere più crudele, più decisa. Pensi che il termine perfettissimo che denota il “NO” dovresti imparare ad usarlo con meno cautela, con più fervore. NO.

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