L’ancor che m’abbandona e poi ritorna.

Ogni mattina io scendo dai nostri edifici imbevuti nel grigiore di una nottata violenta. Al sole sembrano immortali, ma un romore della terra li può far cessare. E mi allontano col grande animo di chi non sa se vi ritornerà.  Nella fredda stagione il vento di grandine e paura mi stringe così forte ch’io mi sento soffocare, ma con mani gelate e bagnate di lacrime del cielo abbraccio l’etere turbinoso. Quand’è estate, i cuori verdi della natura brillano, distesi sul prato e mi inducono al contemplar il tristo splendor del mondo vivente. E morente.

Attraversando a grandi passi la strada pien di buche, è maggio, e quello che mi passa per il capo è la dolce…

Penso a qualcuno, e il cuor a intervalli mi iscoppia imbarazzato, e arrossendo si ritira a batter come è a modo.   Ah, il tempo è duro e mai vorrei provar quello c’ho dentro, è miscela forte di rimembranze ed angosce, di olor furtivi e niente piu ch’io possa ancora dire.

I fogli ingialliti, che sanno di chiesa di campagna, sono solitari in questa stanza indora pel suo ausente spirito.

Scriverò, ma l’esplosione interior sarà tacita e infiorita, amara come fiele e disadorna nel beato addio.

Ancora nulla pronunzieran le mie labbra, s’andran offese a seccarsi piano.

Domani, dall’edificio di matton tristo e buio, la volgar arte politica mi terrà il passo, con le carte enormi attaccate ai muri polifemici , passerò senza curarmi d’elle,  svuoterò l’am, per riempirla ancor di vita.

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