PLATZEN

Stanca. Straziata dai vari mondi possibili e il lutto della morte dell’io che mi trovo a vivere. Un graffio in faccia del medesimo sangue non fa che ricordarmi quella sostanza gelatinosa amorfa che sta alla base della vita. Vita, che brutta parola. Che orrendo piacere che ti fotte l’animo. Che ti fotte l’animo, capisci? Fottere è il principio primo di questa merda metafisica, e allo stesso tempo così reale, e cosa?! cosa, esseri brutali, può far andare avanti, alle stelle, come mitizzavano gli antichi? Cosa m’impedisce di lanciare una bomba atomica definitiva sulle mie brame impossibili? Cosa m’impedisce di sterilizzare le vie d’uscita infinite, troppo infinite ASSURDAMENTE INFINITE  ma morenti? E la totale in-immaginazione di un futuro dinamico, scevro di battaglie malate che ostentano pus dalle bocche guerresche e minuscole nell’universo.

CHE FINZIONE FENOMENALE.

Su quei vasi di coccio delle vostre affermazioni io ci butterei la combustione, per assemblare anche voi ad un processo esistenziale che non è un processo, ad una vita che non è vita, ma non possiamo fare a meno di identificarla in questo modo!

Capite che neppure

l’Agape,

Philia,

Eros,

Anteros,

Himeros,

Pothos,

Storge,

Thelema

ci possono salvare. NO!  NO! NO!

è STRAZIO,  dolore e concupiscenza fredda, come marmo e cristallo che si spezza di giorno in giorno, di tempo in tempo.

di tempo in tempo

fino

ad un ideale MAI.

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