E poi non so come è andata.

L’epoca dei miei 18 anni? Bha! Strani… Quella fu l’epoca in cui si rivoltò il ’68. Si capovolse l’amore per il “popolare” e divenne odio, c’era odio nella lotta. Quando avevo 16 anni i miei occhi si facevano di un rosso lucido alle manifestazioni. I fumogeni si attaccavano addosso, fin dentro il cervello. Si parlava di rivoluzione, la massa sbraitava milioni di vaffanculo al Ministro dell’Istruzione e a qualcuno ci scappava anche “puttana”. Mi giravo intorno e percepivo sguardi falsi, anonimi, era diventato tutto un couscous. Alzavo gli occhi al cielo e, ormai, era grigio di fumo che filtrava nella colla incolore della pioggia.  La terra s’era arrotolata, ritorta per lo sputo dei dissidenti. Cicche, carte, lenzuoli bagnati improvvisati striscioni, scarpe, occhiali. Dei libri nemmeno l’ombra. Qualche volta capitava la stampa. Ricordo le foto sul sito di Repubblica. Ecco, mi lusingai un poco. Egoismo multivitaminico. La rivoluzione era lo spirito. Capivo che non poteva essere piu un ideale, ma amore in azione. E così fini nella protesta. La scuola era considerata l’unica via d’uscita dalla polvere dell’Italia, dal torpore di Napoli. Soltanto che i ragazzini scendevano in piazza quasi quasi per defilarsi alla scocciatura in classe. Alle interrogazioni di quei professori all’antica, come si suol dire. Si improvvisavano le occupazioni, si improvvisava la protesta. Ce l’avevano tutti con la Gelmini, la taglia-speranze ai giovani. C’era chi doveva diplomarsi che , come me, non sapeva dove sbattere la testa. Sotto Natale si lasciarono tutti un pò andare, le carte erano già stampate. A me qualche volta scappava l’arrabbiatura, poi andavo a casa insieme al vento freddo e, pensavo a quei poveri Che Guevara lì dentro. Avevano forse paura? Si erano chiusi dentro, si davano i turni. Una cosa davvero sacrificale. Io intanto me la prendevo per il programma ancora da svolgere, per cinque “non classificato” in pagella. Venne a formarsi una crepa psicotica nella scuola. Dentro me.

La storia di quegli anni è stata il cemento con cui mi reggo in piedi oggi. Sarà stata la mia vita, e perché no, la mia morte. Detestavo la sindrome delle “discoteche”. Chiunque ci andava alla mia età. Bisognava divertirsi in quei luoghi per essere alla moda, al tiro. Io ci andavo molto prima, verso i 15 anni. Fui talmente disgustata da un bacio intriso di saliva sconosciuta che non ci andai piu. Mi capitò anche di assistere ad una scena nella toilette. Due corpi estranei si toccavano, si baciavano. Lingue in cerca di calore, ma nel posto sbagliato. La notte non sarebbe finita lì. Dopo la mezzanotte qualcuno distribuiva fumo, forse anche pasticche. Quelle pasticche me le sognavo di notte, coltelli che mi facevano sanguinare i desideri. Polvere bianca dappertutto, in bocca, tra i capelli, sul cuscino. Qualcuno in disco picchiava sempre qualcun’altro. Non capivo mai il perché, mai il motivo di quelle botte.  Accantonai tutto, accantonai la filosofia del “sex,drug and rock’n’roll”, che in fondo non era mai stata mia.

La domenica a casa mia era un macello. La denominavo “il giorno della discordia”. Tutti urlavano, tutti s’ammazzavano  col fiele delle proprie parole. Se cercavo di scappare per un’intera giornata ero segnalata da mia madre. Diceva che per lei non c’ero mai. Ed io cercavo di non ascoltare, di recitare in mente mia qualche poesia di Artaud.

Notavo nella mia famiglia una nevrosi collettiva.  Quasi una religione del furore.  Al loro, si aggiungeva il mio. Ma il mio non era discutibile, era adolescenziale.

E poi.

E poi non so come è andata.

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