Una sera di cui non ricordo la data.

Riflettevo sulla vita. Sul suo senso. Che appare cosi misteriosotangibile. Mi guardo allo specchio. E mi odio, perchè mi guardo. Perchè ogni mattina vorrei che
non fosse mattina, perchè ogni sera abbraccio avidamente il mio cuscino su cui albergano miriadi di acari voluttuosi. Fisso il cielo immenso, poi mi soffermo su
un gruppo di stelle morte, Perchè adesso il mio cervello concepisce stella uguale morte. Una morte in grande. Nel pieno della solitudine,
Ecco, arriva un sera. Una sera in cui non voglio piu mentirmi.
Ma tranquilli, affaristi di quarta generazione.
La menzogna è la culla della perversione sociale.
E io mentirò ancora. Il problema è capire se più a me stessa o al restante puntini puntini per cento delle persone che conosco che praticamente,
e non teoricamente,
battono i piedi sul terreno puzzoso e bello della mia vita.
“Voglio la mamma!”,
avrei detto qualche anno fa. In ogni mia circostanza faticosa, in cui mi fosse sembrato che chiunque mi sfregiasse l’anima,
mi rubasse il viso.
E quando vomitavo c’era la mamma a pulirmi gli scarti animaleschi del mio stato d’animo.
Della mia rabbia infantilesca. Le ceneri dei sogni, buttati nella bocca di un forno freddo, cosi freddo da credere di stare nell’era glaciale dei tuoi anni.
Perchè tutti, ante o post, attraversiamo la nostra era glaciale.
Vorrei definirla Glacialissima. Ma è un superlativo assurdo, che mi sfiorisce il fior fiore della glacialità.
Pochi anni fa,
avrei invocato dio. Quel dio grande grande,
che arriva in groppa ad un cavallo bianco cereo,
e mi salva, sapete.
Mi salva, perchè io ero piccolissima.
issima issima issima issima,
da entrare nella stratosfera di ogni pupilla trasparente del genere UMANO.
E quindi il mio grande dio mi portava sempre il cioccolatino dolcissimo.
Io sapevo che lui mi amava, se io non facevo la cattiva, non la cattivissima.
Perchè se facevo la cattivissima sarei andata, da morta, diritta diritta all’inferno.
E l’idea, cari masochisti morali, mi allettava.
E cosi qualcuno arrivava a pesare i miei peccati.
A darmi il libriccino delle istruzioni per non peccacitrizzare più.
Casta e pura, afferma il Sacro.
Sporca e macchiata, affermava…Io.
E il mio dio, perchè era anche mio, qualche volta solo mio, fu abbandonato. Proprio da me.
In un tombino di qualche stradina isolata, nel deserto della città addolorata.
Il dio sconforto, il dio sostegno, il dio paura, il dio paffuto di storie ventilate,
ma fin troppo asfissianti
mi pugnalò la schiena
mi procurò una grossa cicatrice dietro
per non vederla mai,
ma sapere che c’è. E si sa che c’è. Cavolo, si sente.
Sola e sola sola e sola sola e sola.
Attraversando qualche sguardo fin troppo maldestro,
di una mamma non piu mia,
di un dio non piu mio,
di un Io non piu Suo.
E tenetevi forti,
poco tempo fa mi pareva di possedere gli amici. Dovevano entrarmi fin dentro i polmoni per poterli respirare e inquinarmi di loro, fino alla morte dell’identità.
Dell’essere che non conosco proprio. Dei mignoli che sono piccolissimi, e se sbattono contro una porta, mi fanno malissimo.
E l’ombra che non scappa mai, non si calpesta mai, non si abbraccia mai.
Quell’ombra carnefice vittimale della nostra cruda crudele credenza acromatica.
E colpo ancora piu forte,
il fidanzato.
Quel compagno che sempre si vuole possedere fino a risucchiargli il sangue,
la gelatina degli occhi,
infliggendogli qualche spilla nel cuore,
pungendolo di amore ossessivo.
E gelosia discreatrice.
Fin quando, una fatidica sera non sono lì.
Nell’etere seducente che circonda un punto circolare immenso,
e mi ispira.
Inizio a sorridere, sorridere con un pezzo di carta in mano,
dove ho scritto “essere”.
Dopo averci sputato sopra, il giorno prima,
adesso leggo e ripeto tra il torpore ovattoso di una bolla liquefatta di emozioni,
“essere”.
Si ferma il cancro del tempo, in un solstizio di secondo infuocato e poi raffreddatosi nei suoi algoritmi attimali.
Sono morta a terra,
concupiscenza
pace, e poi penso all’erba
agli gnomi che popolavano i sogni un pò bui in qualche valle sperduta dell’inconscio,
e penso al diverso
cosi diversamente magnifico
saporito di compatto miele cocco
di pelle bruciata odorastra e dolciastra
occhi neri neri, neri come un buco nero nell’universo. E voi vi immaginate l’universo coi buchi neri? Una paura fascinosa.

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