Il mondo dopo la Katálēpsis – 2053

Scrivere di sincerità non è facile, soprattutto quando non lo fai di nascosto, nel tuo notebook personale. Ed anche se lo hai fatto, è come se le parole si trasformassero nel viaggio cerebro meccanico dal foglio di carta alla pagina bianca sul monitor. Accade questa leggera fluttazione cybernetica che ti porta su altre frequenze. Rimaneggi le tue emozioni, rendendole meno rudimentali, e le spalmi nel mondo virtuale. E l’istante dopo il cruciale click di conferma di pubblicazione, tutto quello che hai [osato] dire entra nel circuito globale di internet, stile codici verdi di Matrix (poi possiamo anche far finta che quelli erano ricette di cucina giapponese). Scriviamo cose random su internet continuamente, un po’ come lo sto facendo io adesso. Un giorno abbiamo scoperto che Facebook era una sorta di libro universale, in cui poter scrivere un po’ per volta anche una parte della nostra storia. La meccanica sociale è un po’ cambiata quando il tasto -condivisione ha scatenato il sentire di miliardi di persone: ci siamo detti ti amo con l’ultimo link della canzone di Emma Marrone, abbiamo mandato parecchi vaffanculo con frasi ad hoc sparse su uno sfondo a tema, poteva magari ritrarre la faccia offesa e delirante dell’ultima concorrente cornificata di Temptation Island. La vera svolta è avvenuta quando abbiamo dovuto accettare le richieste d’amicizia da parte nei nostri parenti, alcuni manco li vedevamo da anni. Ed è allora che il re dei social network si è trasformato in una giungla famgliare, dove tutti abbiamo iniziato a mandarci a vicenda frecce, freccette e frecciatine via link a suon di ‘condividi’. Pure se odiavamo condividere il nostro piccolo angolo personale in rete con persone che nella vita quotidiana evitavamo come la peste, era più succulenta la prospettiva di sapere tutto di tutti, anche di quella gente che con la nostra vita non c’entrava davvero un cazzo. I selfie sono stati la nostra arma, il nostro jolly. Il ragazzo ti lasciava? Ecco pronto un disco-selfie, alle quattro di notte, con facce indistinte ma utili per simulare l’urlo del “sto bene anche senza di te” che avresti potuto lanciare nella vita reale. Avevi litigato con la tua amica? Bastava selfarti ad una festa qualunque, tra amici di tutti e di nessuno.  Il telegiornale trasmetteva il servizio sull’ultimo attacco terroristico in PaeseACaso? Muti, tutti muti. Solo un selfie con la scritta “Io sto con PaeseACaso”. E partivano i likes a manetta, quei likes empatici che non si vedono mai quando pubblichi la notizia della libreria online opensource o quella della scoperta dell’acqua liquida su Marte. Ci piacevano troppo questi social. Ci siamo instagrammati dentro ai bar, sui materassini del mare, sulla punta del Monte Matese. Abbiamo dato via all’isteria dell’ #instragramfood, prima hashtag a caso poi è partita la corsa all’hashtag poetico, quello più sensato. E la vita ci scorreva di fianco. A mano a mano non abbiamo notato andar via i nostri anni, rinchiudendoci giorno per giorno nel tunnel lobotomico dei nostri mondi social poco sociali. Abbiamo lentamente scordato il volto di nostra madre, perché mentre ci parlava a tavola, l’unico momento di condivisione che avevamo, eravamo troppo occupati a mettere tra i favoriti di Tandem lo gnocco con gli occhi verdi. E così, un giorno, anche nostra madre si è fatta un regalo, è andata nel primo negozio di elettronica a comprarsi uno smartphone più trend del nostro, e il giorno dopo già ha dimenticato la cena sul fuoco. Poteva andare in un altro modo, ma alle droghe è difficile resistere, e questa dei social e compagnia è stata definita “dolce katálēpsis“, perché ti consuma e ti porta via dal mondo un po’ di più ogni giorno senza che tu te ne accorga. Poteva andare diversamente, potevamo guardarci di più negli occhi quando ci siamo amati, potevamo incontrarci di notte perché a ognuno mancava l’altro, potevamo non fingere di ascoltarci e potevamo restare in silenzio a guardare l’orizzonte anche senza fotografarlo e renderlo merce virtuale. Poteva esserci un senso, oltre il click e il voyeurismo, un senso che sa di aria, di fuoco, di vento gelido che ti arrossa il naso. Quando è giunto il momento del clash tra il mondo reale e quello virtuale, tutti sono rimasti connessi, imprigionati lì dentro senza capire realmente dove. E qui fuori, gli unici due sconnessi si sono ritrovati a farsi compagnia in un mondo deserto post-social, a ricominciare da capo. Imparando a connettersi di nuovo, in un altro modo, ma alla vita.

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