L’ego che ci accomuna

In tanti anni fu la prima volta che volevo controbattere all’assalto con una dialettica pressocché garbata, cercando di capire dove avessi sbagliato clamorosamente.  Ma non ci riuscii. Se inizialmente mi ero fatta scivolare qualche parola scanzonata addosso, dopo un po’ il rimbombo di queste si acutizzava nel cervello e vedevo crescere a dismisura i miei occhi arrossati dal peso dei fraintendimenti. Fu la prima volta che pensai che lei mi odiasse davvero proprio quando io imparavo ad amarla come si ama il proprio sangue.

Dovetti invece urtare contro l’aria rarefatta delle stanze e scontrarmi con le dissonanze dei sentimenti. Sembrava come se fossi invecchiata di dieci anni, d’un tratto la stanchezza di spirito mi impose di arrendermi a una vita in cui è sempre l’altro a definirti senza conoscerti prima davvero. Senza vederti dentro, dove ognuno si nasconde e si esprime al massimo delle proprie potenzialità. Quindi era una battaglia persa in partenza, ognuno sulle proprie postazioni, ma tu non fai neanche in tempo ad avanzare che l’altro ti ha già ucciso nel suo campo bellico ad armi dispari. E dunque, ti sembra sensato che, una volta tanto, un tizio di Westport abbia scritto nero su bianco che la volontà di nuocere è presente in tutti allo stato di natura, allora perché meravigliarsi se ogni tanto ci si schiacci un po’ l’un l’altro, ci si ripudi e pensi che dopotutto l’io è un concetto intrapersonale e l’ego non è condivisibile.

Fu la prima volta dopo anni in cui mi sentì stringere dalla morsa gelida della solitudine dell'”ideale” che, allo stesso tempo, si trasformava in una sponda arida mai bagnata dal mare.

Non avrei mai pensato che il lessico dell’amore pluriforme fosse fatto di maledizioni, di imprecazioni, di promesse di assenteismo e dispotismo sentimentale. Io l’avrei amata sempre oltremisura, ma quella sera me la sarei portata come una pietra sul cuore per ricordarmi che nel mondo ognuno è solo e che d’amore e d’ego si muore un po’ ogni giorno.

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