Portare un vulcano dentro

Sono nata nel ventre della mia città ereditando sul corpo il colore nero brillante della sua anima maledetta e l’ostinazione di baronesse poco sopportate dalla casata reale. Ricordo che prima di poter sognare un altrove, ho impastato con le mie mani il suolo su cui ho messo piede per la prima volta. Ho visto le foglie nascere e ingiallire e ho annusato il profumo dei dolci napoletani senza sapere che la maggior parte di essi vanta origini arabe. Senza sapere che essere napoletana significa essere anche un po’ nera, rubina, mulatta, gialla, bianca. Ho sempre pensato che soffrissi di discriminazioni ingiuste, visto che nascevo 23 anni nel sud di un Italia che era stata unita soltanto in apparenza, serbando una lacerazione di fondo. Invece, acquisendo una seppur “frugale” coscienza umanistica, ho realizzato che ho avuto fortune che altri vagamente conoscono. Sono piccoli incentivi che rigenerano l’intelletto e il sentire umano. Nella mia esperienza intelletto e sentire umano si sono fusi e non ho strumenti per pensare cartesiano, questa è un grave mancanza che nel tempo potrebbe provocare degli effetti piuttosto fastidiosi. A un certo punto l’approccio dell’individuo al mondo è una massa monolitica di sentimenti e considerazioni abbastanza grezze alla quale lo stesso si sente incatenato. Questa è una condizione che sperimento in prima persona, dalla quale sento di non poter evolvere se non negando una parte della mia persona.

A ciò è collegato un altro dei miei limiti più radicati: vedere tutto attraverso la lente dei miei studi e dei miei interessi. Corro il rischio di monotematizzarmi e risultare spiacevole agli altri. Ma ogni qual volta che affronto un tema globale provo a renderlo locale, non leggo più libri se non legati alle mie aree di studi. Quindi per me il mondo è Mondo-South Asia. La poesia è Poesia solo in relazione all’India o al Pakistan. Per me viaggiare significa percorrere l’India e varcare il confine asettico di Wahgah per andare in Pakistan. Per me cibo significa Biryani e Chai. Per me Amore è l’anima di Ghalib e lo smielato sentimentalismo familiare che si trova nei cinema di Mumbai. Per me evolvere significa evolvere pensando ai termini “cultura locale” e “cultura nazionale” in contesto Asia Meridionale. Il mio interesse mi sta bruciando tutta intera da dentro. Se qualcuno critica anche in modo ragionevole qualcosa che riguardi le mie aree di studio, mi scotto e senza pensarci due volte sputo fuoco come un drago a tre teste. In tal modo risulto una persona ottusa, dovrei provvedere, ma non so se vorrei proprio farlo. Sono nella condizione in cui oggi se mi si toglie o mi si nega di procedere nel mio campo di ricerca io non sono nulla. E’ giusto relegare gran parte della propria identità ad un interesse accademico? Io oggi trovo difficile intrattenere rapporti sociali perché superati i primi cinque minuti di conversazione introduco i miei argomenti e nessuno più mi segue. Questa è una forma moderna di solitudine. O è sempre esistita? Dicevo che le mie radici trovano la loro genesi nel mandala napoletano e, forse, la mia energia intellettualoide e la mia ostinazione prendono vita proprio dallo spirito napoletano. Una cosa troppo mistica?

Io non ho tutta questa voglia di cambiare, voglio rintanarmi sempre più nelle acque turbolente di poesie indiane e perdermi nell’invivibilità asfissiante di New Delhi senza pensare a un domani. Posso pur essere molto sola nella società globale dove hai bisogno di condividere il dramma di tutti e di tutto e celebrare i successi di tutto e di tutti. Posso anche apparire noiosa citando ogni tre minuti frasi e nomi di gente sconosciuta ai più. Posso anche soffrire di incomprensione e in-comunicazione con cinquanta ragazzi bellissimi e moderni e rinunciare a conoscerli meglio. Questa è la mia croce, ma è l’espressione più alta del mio libero arbitrio e del mio concetto personale di amore per il sapere particolare che ho sposato.