Pagine diverse

Mi fermo su questa pagina elettronica vuota mentre ascolto in sottofondo Age of Lonieness degli Enigma con Enya. Lo so, lo so che dovrei fare altro, anche a fine Luglio, come leggere pagine noiosissime di un libro sul commercio nell’Oceano Indiano scritto in un inglese monotono da morire. Oh, invece è così travolgente quest’insieme di noti strazianti. Mi sento subito trasportata in un mondo a parte.

Questo caldo appiccicoso mi riporta alla poco suadente realtà. Mentre mezzo mondo si preoccupa ipocritamente del massacro a Gaza, io ho divorato in soli tre giorni 680 pagine di Cinquanta sfumature di grigio, il romanzo del momento. Ah, ma c’è una trilogia che prosegue con i colori nero e rosso. Io per il momento ho fatto fuori solo il primo libro. Sì, mi sono lasciata andare ad una lettura…frivola? Scadente? Andiamo, a dirla tutta, è il libro che ha divorato me. Credo che l’autrice, E. L. James,  un bel giorno si sia svegliata e abbia trovato il modo di fare un bel po’ di soldi, stuzzicando lo strano miscuglio sentimentale di eros e smancerie delle donne del XXI secolo. Oh, lei si che ci ha saputo fare. Dalla sua penna sono usciti tutti i desideri repressi e le speranze ammutolite che una donna moderna sogna in silenzio.

“Improvvisamente ho voglia di cambiare canzone. Scelgo di frastornarmi dolcemente con Hysteria dei Muse.” Chissà perché.

Quel libro ti sfida. Ti autorizza a trastullarti sul significato di “sesso”, “coppia”, “amore”, “male”. Porca miseria, quella donna è diventata milionaria scommettendo su quanto potesse essergli stato fedele il subconoscio delle donne. Andiamo, ognuna di noi vorrebbe indossare le vesti di Anastasia Steele per farsi avvinghiare nell’oscurità invadente di Christian Grey. Eccome. Tutte sospiriamo ad ogni parola aspettando la redenzione di Grey, un miliardario multiegocentrico e ‘maniaco del controllo’ segnato tristemente dall’ aphenphosmobia. Tutte aspettiamo con ansia che il “sesso” scivoli lentamente e violentemente nell'”amore” (parola brutta, lo so). Come una lingua umida indispettita che scava solchi sulla pancia e non ti lascia andare.

Tutte moriamo dalla voglia di assistere alla caduta celestiale di Mr Intoccabile nelle mani di Anastasia. Pretendiamo “di più” anche noi.

Nella calura triste di questo Luglio intontito lancio occhiate stanche al cielo.

Annalisa ha un punto debole.

Ah! Puoi giurarci che non lo dico. Non è già abbastanza evidente?

Buona serata.

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SEI

Leggo tante cose in giro, un po’ ovunque. Sui tabelloni pubblicitari, sullo schermo televisivo, sul web, su di me. Mentre mi guardo allo specchio, nel pieno di quest’estate da clima amazzonico, provo a leggermi negli occhi. Tempo perso, tanto lo so cosa voglio davvero.

“Ah sì, Annalisa?…Sei sicura?”

“Ma dai, sicura. Come se si potesse essere sicuri di…dell’essere”.

Da piccola, quando andavo nella chiesta cattolica, mi veniva detto che anche quando muori non sei finito. Hai uno spirito dentro, detto ‘anima’ , che si libera e vola via, raggiungendo una sorta di empireo celeste. Ho sempre immaginato l’anima come una sostanza gelatinosa, tipo un budino. Mi piaceva essere un budino alla fragola. E la mia anima era fresca e dolce proprio come un budino alla fragola, o almeno credevo. Credevo di poterla custodire, di lasciarla intatta.

Mi sono sporcata un po’ ovunque, ma dapprincipio nelle mie stesse viscere. Sono cresciuta nel poco, nella banalità di un condominio napoletano, nel luogo della malavita pur senza toccarla, ma odorandola un po’. Ho vissuto poco, ho amato poco, ho sofferto poco, ho ucciso poco. Nascondo troppo. La mia anima, se è ancora qui, sembra grasso informe, inodore, un po’ giallo macchiato e sfocato, come uno di quei colori sporchi che non esistono in natura. Distrugge ogni cosa, compresa se stessa.

Ma non merita un funerale. Voglio che si accetti, che ricordi con piacere la sua infanzia, che beva senza indugio il latte denso dei suoi ricordi. Voglio che abbia la sua primavera, ogni giorno.

Ogni giorno.

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Ambika, una voce nonostante tutto

Osava chiamarla “Stella”

quasi a designarla una ‘star’ a tratti graziosa

meravigliosa e spaventosamente disastrosa

era solo una fanciulla che aveva avuto la sfortuna

di vivere in tempi moderni

dove le gomme si attaccano sotto ai tacchi

e non puoi comportarti da diva sul ciglio della strada.

Aveva mosso la minaccia di

scorticarsi quelle belle guance che si ritrovava

a che servivano le espressioni

a quelli interessava solo il corpo senza vita

poteva negargli il sorriso almeno,

almeno.

Viveva di poche speranze

ma a cui si aggrappava spesso

durante i sapori e i sudori

che la cancellavano,

bandiva la coscienza quando poteva

cercava l’alterità sulla 77 esima di Mysoure Street.

Non era colpa sua.

Aveva sempre sete in quei momenti

ma tutto ciò che beveva

era la virilità,

tale solo per genere

ma tutti loro parevano corpuscoli di spazio indefinito

erano loro le ‘stelle’

morivano e tessevano morte ogni volta che

pretendevano

baciavano

leccavano

mordevano

storpiavano

toglievano

senza restituire

lei se ne sarebbe andata così, pensava,

morendo un po’ per volta assieme a loro

spegnendosi ad ogni tocco bruto

l’avrebbero mai ricordata

quegli uomini informi in cerca di cinque minuti di paradiso

a basso costo

l’avrebbe mai ricordata

lui, che si faceva chiamare il ‘venditore dell’ amore”

era la sua preferita

l’aveva capito sin da quando la vide sul barcone verde scuro

come il mare profondo

come la melma, come la tosse, come la fine

lei aveva immaginato bei palazzi, un parco

il mare, le ferie dal lavoro

le amiche e i segreti elettrizzanti

un marito

le coperte che proteggono e che preservano

l’amore, l’amore, l’amore.

Adesso stava pagando per tutto questo

per i desideri superbi

per aver dato le spalle al paese

per aver abbandonato sua madre

lasciandole la scia del suo rifiuto

le aveva perfino detto “crepa”

travalicando le lacrime della povera donna.

 

Basta, questa notte è l’ultima.

 

Lo diceva sempre, ma stavolta era vero.

Arriva un istante nella tua vita

che ti folgora

si sostanzia e diventa luce

e ti rimane addosso

così che tu non puoi più scappare

dalla tua, e soltanto tua, verità.

 

Non lo disse a Vijendra.

Non poteva più scandire i suoi respiri.

La fece cercare perfino nei tombini

e nelle case del signore

ma aveva amaramente capito

che la sua ‘stella’

non brillava più per lui.

 

Ambika aveva smesso di morire da un pezzo

come fa una stella.

Adesso era lei,

senza più essere l’astro spurio di qualcuno.

 

 

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La poesia è morta

Cavolo, dovevo finire il “lavoro” per sedermi giusto dieci minuti prima di andare a dormire e mandare giù dieci dodici righe di imprecazioni, parolacce e turpiloqui. Praticamente sono tre mesi che vivo di aria repressa e gelidi vaffanculo attaccati addosso.  Ma tutta la poesia dove l’ho nascosta? Mi ha lasciato un vuoto frenetico, sento una pesantezza sulle palpebre, mi sembra di avere pietre laminose senza senso. Vado a dormire su cuscini morbidi senza poesia e tutto ha poco senso, cammino per le strade senza poesia e niente ha senso. Che cazzo è la poesia?

Frena, frena. Sto diventando volgare oltremisura. Aspetta, questo è il mio blog? Ma perché censurarmi io stessa, me lo sono sempre chiesta. No, scusate. E’ un periodo di immense aspettative questo e mi piace la parola “aspettativa” quando è così carnosa e sanguinante. Puoi metterci un cerotto ogni volta che le fai male o che la trascuri. Puoi fargli siringhe, dargli due sali minerali, metterle una garza qua e là se necessario. Poi, poi mi voglio lamentare perché mi piace. Voglio farmi uscire un po’ di liquido verde di rabbia dagli occhi perché ne ho bisogno! Ma se vogliamo arrabbiarci, lo dobbiamo fare porca miseria. E’ un diritto. Non posso essere Sant’Anna addolorata, appassionata al genere umano, ma per carità. A me certe persone proprio non mi vanno a genio. Mi irritano di brutto, eh. (Aiuto, poesia, aiuto, poesia poesia per favore poesia) No, un bel pugno in faccia che cos’è se non l’espressione di un’emozione viva, che attinge al panta rei eracliteo? Bello, bello, bello! Verità! La mia verità! Che voi la accettiate o meno, ma chi se ne frega! Oh, il lavoro ti forma eh. Così, una sera ridi, ridi nel modo più sguaiato in cui potevi farlo e ti accorgi che ti sente tua madre, tuo nonno, tua sorella. Pensi che tanto il grosso lo hai già fatto, hai riso per tutto il piano degli uffici dei professori all’università e tu ormai lo hai fatto, non ci puoi fare niente. E ti piace continuare a ridere, nonostante ti metta in uno stato di estremo e caduco non-ritorno. E’ quasi caustica questa risata, mi bruciano gli occhi e i pensieri, ho desiderio di annientamento altrui e ancora voglio recuperare la dolcezza perduta. Ancora voglio capire la mia metamorfosi o magari non capirla affatto, per pensare che io non sono mai stata così. Ma cosa ci perdo? Voglio essere come sono, come sono diversa in ogni momento diverso, voglio essere puzzolente se mi va di puzzare, zitella se mi va di mettere radici nella solitudine, bugiarda se voglio tenere la verità per me, arrogante se non mi piacciono le cose degli altri, irosa se voglio sputare un urlo e fare una smorfia di sdegno senza trovarmi entro due ore piccole chiazze rosse sul collo e sulle braccia.

Ma qual’è il problema? La poesia?

 

E chi l’ha mai conosciuta.

Sono nata senza poesia,

la poesia è quel mondo dove tutti protendiamo senza mai arrivarci. Adesso ho mezzi sorrisi e tante smorfie, ho cento schiaffi e mezzo abbraccio, dieci no e due sì. Così poco, così denso. Ma non è poesia, è vita reale. E non puoi descriverla, perché quando la dipingi la rendi poetica anche nella sua crudeltà. Per favore, lasciatela così com’è. La poesia fa male, fa solo errori. Ci fa odiare qualche volta il mondo in cui viviamo, in cui siamo condannati a vivere, poi ci fa amare troppo la bellezza che ci offre e contemplare anche quel dolore insopportabile che talvolta ci rifila. Basta, non voglio più poesia. La poesia per me è morta

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Scartoffie volanti e versi sexyini

Una giornata che è passata fortuita nonostante sia cominciata già dalle prime ore del mattino. Un divertimento inaspettato sia al lavoro sia nella seconda metà della giornata dedicata agli studi. Intanto, stamattina mi sono divertita a vedere le responsabili dell’ufficio dove lavoro a cimentarsi per mezz’ora in un’avventura con la stampante fuori al corridoio. Erano le persone più strane del mondo, di solito così impegnate a dare direttive a noi poveri  studenti “impiegatucci”. Da ricordare, poi, la mia testa che era ancora in letargo e avrò tentato di mandare una mail semplicissima per più di una volta senza riuscire, almeno nelle prime tre volte, a scriverla decentemente. Però, non chiedetemi come, ma sembrava tutto così divertente. Il lavoro pesava di meno, sarà stato l’essere lì con una scrivania vuota, tipo schermo eternal-blank sul quale posare infinite scartoffie e disporle nel modo che più mi piaceva. Forse negli ultimi minuti in cui mi accingevo a riordinare le cose e a raccogliere giacca, sciarpa e borsa ho provato quel piacere un po’ crepuscolare nell’immaginare come sarebbero state quelle ore in compagnia dei miei colleghi.  Stanchissima, ma armata di entusiasmo, ho corso per una Mezzocannone zigzagante per raggiungere le parole del Prof. Giuliano Boccali  che ha profuso ad un pubblico numerosamente modesto, ma molto attento e a me familiare. Una persona un po’ avanti negli anni condivideva quello strano interesse che provava per la poesia classica indiana. Dotato di una personalità ironica, sembrava palpeggiare le curve di ogni verso con eleganza e spirito. Quei versi “sexyini”, così definiti da lui umoristicamente, erano così belli da ascoltare, da coglierne l’iperbole fondante, quella tensione verso l’infinito di cui, al tempo stesso, si ha bisogno di toccarlo, e quindi lo si classifica paurosamente. Credo comunque di essermi sentita in dovere di protrarmi verso quella pedagogia poetica presentataci in modo così spassoso “dal” Boccali, questo professore milanese che ama farsi una risata ad ogni virgola se è concesso, e non ha problemi a criticare, qualora fosse imperativo, la cosa a cui ha dedicato la sua vita. Insomma, si è parlato di miti cosmogonici, di metafore e similitudine, del prototipo dell’amante maschio indiano nella letteratura classica, di solito aggressivo, e dell’amante donna timida e impaurita.  E poi mi è piaciuto incredibilmente ascoltare con divertimento come Shiva, una figura controversa nella spiritualità e nella letteratura indiana, che vive di contraddizioni, nella sua prima notte d’amore con Parvati, abbia giocato a fare il paziente e l’ubbidiente quando la sua sposa, imbarazzata le coprì gli occhi, ma avendo solo due mani,   uno Shiva monello  osservò tutte le forme di Parvati grazie al suo terzo occhio.

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Unsociety

Oggi a lavoro ho avuto la mia prima scivolata. Una mancanza, una leggerezza che non potevo permettermi. Sapevo di aver sbagliato, sapevo di meritare il monito. Sarebbe finita lì se io non mi fossi ripetuta ,in questa testona subnormale che mi ritrovo, di non poter sbagliare, perché ad ogni sbaglio c’è una conseguenza. E di solito gli errori hanno un prezzo. No, non mi rifilate la massima “dagli errori si impara”, no, ora non ho proprio tempo di imparare. Un’errore è ammesso, al secondo errore in questa società sei messo al bando. Allora tu per primo devi essere crudele con te stesso. Minacciati, forzati, pretendi. Ci si rialza certo dalle cadute, ma quante volte vuoi e puoi cadere? Uno psicologo direbbe: ” Tutte le volte di cui hai bisogno.” Ma io credo che l’idea di pensare di avere troppe chance ti rallenta, ti permette di indugiare sul tuo percorso. Ma tutto questo tempo chi ce lo da? La vita corre come un carro armato in Afghanistan, è come l’alba, pensi di riuscire a vederla nella sua interezza ma ti sfugge tra le mani, e ogni alba è diversa dall’altra. La vita non ci appartiene, è un grande bluff. Siamo in consumazione, siamo di passaggio. Cazzo, che amarezza. Qualcuno sarebbe pronto a uccidermi se dicessi che la vita è impossibilità. Intanto l’ho detto, ma provate a pensare: dobbiamo ammettere continuamente i nostri limiti, dobbiamo ricordarci sempre cosa siamo, fin dove possiamo protrarci. E siamo sempre lì a giustificare questa nostra impotenza, siamo sempre pronti ad allontanarci dal senso di angoscia. Ma dove vogliamo arrivare? Tanto ci svegliamo credendo di poter salvare noi stessi e il mondo e andremo a dormire provando frustrazione ogni volta per non esserci riusciti. MAI. MAI.

Voglio ammettere la mia paura. Voglio ricordarmi di averlo ammesso, potessi anestetizzare questa sensazione… Mi capita spesso di desiderare di vivere in posti isolati, pieni di verde, montagne, tanta tanta aria, vento che mi passa attraverso il corpo, sola, io e la natura che prima o poi mi inghiottirà dentro sé. Questo perché la società ammette il confronto ed io sono terrorizzata da questo; la società vive di competizioni, responsabilità, burocrazie, impegni… e quindi penso ” non sarebbe tutto più facile se andassi a vivere in un casale introvabile senza nessuno che sia pronto a puntarti il dito contro. Già, mi cago sempre sotto.

Poi succede che cadi pure  come un sacco di patate nella metropolitana per non perderla, fa una scivolata lunga due metri, imbarazzatissima, e vuoi trovare un motivo per quella caduta, fai un astrazione, giustifichi dicendo “vabbè, è perché sei stanca!” E me lo devo ripetere, altrimenti credo di essere rimbambita.

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Dis Lemma

Dilemma che mi sfregia le giornate.

Come studiare in una casa con cinque persone che valgono per venti e sono costanti creatrici di un concertino partenopeo. Se non posso appellarmi a Dio, cosa posso fare in questi casi? Andare in biblioteca non mi permette di studiare tutto il materiale di cui dispongo a casa, inoltre, non posso parlare per 5 ore consecutive dei movimenti scismatici dell’Islam. Che devo fare? Sto impazzendo. Adesso mi trasformo in un essere cattivo e magico e faccio la magia del silenzio. Non l’ho mai fatto, ma magari stavolta mi riesce.

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18:59

STUDIO ore 18.59

 

Quasi alla fine della giornata che è iniziata, almeno per me, alle 8.50 di stamane. Forse è iniziata già nei continui risvegli di stanotte.

Ora. Quanto vorrei piangere.

Cerco di studiare, qui a casa, ma vengo continuamente interrotta dalle stronzate sghignazzanti di mio cugino che si diverte per la casa. Poi va a farsi una doccia. E continua.

Quanto vorrei piangere.

Vorrei abbattermi senza una meta, ma se lo faccio significa che non ho stoffa?

Mi sono sempre imposta di “riuscire” soprattutto nelle situazioni avverse.

Una sfida che non finisce mai.

Mi prefiguro una ricompensa, forse un AUTORICOMPENSA, di tanto in tanto per il mio mal di schiena e la mia furia repressa.

Immagini magari poeti, storici, scrittori che bramavano di restare nella memoria storica, o chi non lo bramava affatto e poi c’è restato.

Vorrei alzarmi e rompere perfino le cose che mi piacciono che ho qui sulla scrivania, vorrei uscire di fuori e ‘picchiare’ un tredicenne che comprende finché il limite glielo permette.

E io resisto. Grazie a quel limite. Anche io a tredici anni ero così. Studiavo finché bastava, nel limbo del mediocre. Q.B. come nelle ricette. Ero la tipica ragazzina che ha assaggiato il sapore umido del primo bacio che non era quello che si aspettava. Ero addirittura alla ricerca di Dio, della religione e poi la rinnegavo dopo averci pensato su massimo tre volte. Ero nel mio mondo contraddittorio. e infelice. Ma, tredici anni? Cosa vuoi afferrare? Il senso delle fregature? Delle parole distorte della Professoressa Martinelli a cui non piacevano i ragazzi ripetenti? La Cuomo che mi aveva inculcato l’amore della musica , del suono semplice del flauto, ma che mi sgridava ogniqualvolta vedeva scritte le note a penna nello spartito? Chissà quanto sono cambiata. Perché sono cambiata, vero? Sì. E ho trovato ben poco sino ad oggi. Ma il mondo, di cui ne conosco forse soltanto il riflesso, mi è venuto contro/incontro.

Apparentemente niente di che.tumblr_mdvbql6ynT1qe31lco2_1280

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Trasfigurazioni mondane

A volte mi sorprendo della mia fragile gentilezza.

Sta finendo.

Prendiamo l’esempio del mio abbandono, seppur temporaneo, del progetto volontaristico che avevo abbracciato, credendo alla nascita in me di una nuova persona.

L’ho fatto realmente per far fronte ai miei impegni insostenibili? L’ho fatto perché necessitavo di uno spazio di tempo libero maggiore?

All’inizio tutto ciò che volevo erano ore di riflessione su ciò che stava accadendo alla mia famiglia.

Poi mi sono allontanata. Sono corsa nella direzione opposta.

Avevo smesso di considerarmi l’instancabile persona che, nonostante i dubbi teologici, crede ancora in un mondo migliore. Sembra che il ponte che congiungeva il sentiero per quel mondo si sia spaccato senza un possibile ricongiungimento.

Questo

è un ragionamento UTILE

che si impara a fare

quando l’ideale della “philia” è deturpato

senza che un altro Cristo venga a ripristinarlo.

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La crociata natalizia

Queste giornate sono le meno solide dell’anno. Non appena arriva il Natale mi viene voglia di passare due-tre giorni in una caverna in mezzo all’universo. Uà, ci pensate. Il mondo ai tuoi piedi o il mondo dentro te, te tu lui tu e il mondo. Dentro, ma da lontano. Quello è il Natale migliore essenziatico, concedetemi questo mezzo neologismo. Corposo, fatto di supernove e nebulose. Uà. E concedetemi anche questa fantastica espressione dialettale. Ma, voi mi direte, mica non ti piacerà passare il Natale in famiglia, mangiare piatti tipici, ‘essere più buona’, percepire lo spirito, sorridere? E io vi rispondo: certo. Certo che mi piace. Ceeeeeeeeeeeeerto che mi piaaaaaaaaaaaaaaaaaaace. Ma siccome sono una bastarda ciò non mi soddisfa. Non mi riempie. MI SVUOTA TERRIBILMENTE. I miei occhi vanno apposta sui parati monocolore della stanza pur di non vedere la presunta felicità altrui. Pur di non vedere il patimento postmoderno nell’aria. Pur di non sapere che fuori casa tua c’è dell’altro. E l’altro mi ha sempre fottuto ragà; ma forse nemmeno in termini filiaci, fino ad un certo punto sì, ma poi il bisogno e la sete di vivere ciò che è altro. Di essere nell’altro, di mangiarlo, di possederlo, di sapere che , tanto, non si esaurirà mai.

L’altro nel tempo.

Una mole d’altro.

Anche ai margini.

Tutti a fare compere. Qui a Napoli adorano usare la parola “shopping” perché ti rende stravagante. O forse ‘normale’?

Tutti vi amate. Nella ristretta cerchia dell’usato, vi amate (palpando l’insicurezza nell’aria).

Tutti a fare volontariato. In questi giorni si parla di “fare solidarietà”. E il resto dell’anno come mai andate in letargo? Sparite, ma dove andrete mai? A vivere la vita vostra? A dimenticare il sangue di quel siffatto uomo di nome Gesù.

Perché voi siete stressati, perché voi avete i problemi. Dovete fare il favore al mondo di non scassare le palle con la frasetta paracula ” a Natale siamo tutti più buoni”.  A Natale v’ata accirere.

Vi dovete mettere ‘scuorno.  Dovete rinchiudervi nelle vostre case a ricordarvi Heidegger e al suo essere per la morte.

Poi fumatevi una bella sigaretta, prendetevi il caffè dopo il paccotto alimentare. E dormite. Che domani non sarà più Natale, tanto vale non scomodarsi.

Auguri!

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